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IL CIELO NON C’È, MA LA POESIA SI.

 

Umberto Saba, uno dei maggiori poeti del novecento, da me molto amato, ha scritto: “Voi lo sapete amici, ed io lo so./ Anche i versi somigliano alla bolla/ di sapone; una sale un’altra no”.

Ecco,  mi son detto leggendo le poesie di Elena Saviano, queste poesie-bolle salgono;

 

La parola

al chiaro di luna

invia

pensieri

lontani

all’amore

 

salgono portandosi dietro la purezza del canto infantile e la trucidezza del quotidiano.

 

Le gocce di rugiada

sulle foglie parlano

ma nessuno ascolta

 

I versi di Elena Saviano salgono per disperdersi nell’atmosfera sempre più inquinata.

 

Si apre

sotto i ponti

di Palermo

guarda volti vuoti

strade afflitte

estati verdeggianti…

 

Versi puri, taglienti, urgenti. La poetessa ricerca fuori e dentro di se infatti, non ha paura di scorticarsi per meglio offrirsi al lettore attento, per me un lettore di poesia distratto non è un lettore. Il poeta vero riesce a costruire un legame di parola e un ponte per attraversare indenni, o quasi, il massacrante quotidiano.

 

            La grandine

            distrugge

            millimetri di verde

            inghiotte lembi

            di pineta deformata.

            Nel soffrire lacerante

            il sonno improvviso

            disincanta

            amore.

 

Dal suo solitario punto di osservazione, che però non è posto nella torre solitaria, di leopardiana memoria, ma nelle strade a volte afose e puzzolenti a volte ariose e profumate di una Sicilia, molto amata.

Elena Saviano racconta il difficile rapporto tra sublime e quotidiano, tra alto e basso, sporcandosi le mani, come ha sempre chiesto ai poeti Pier Paolo Pasolini. La Saviano fa questo con grazia e soprattutto con il dono della poesia e con una incisività che non lasciano indifferenti.

Proprio il suo dibattersi negli affetti familiari, nei sogni di liberazione, ma anche una semplice isola metafisica dove approda dopo gli inevitabili naufragi esistenziali, fa fluire inesorabile il tempo dal quale, secondo Sofocle, ogni cosa è portata alla luce e la nostra autrice è antica e modernissima anche come dettato.

 

            Sospiro

            incessante

            auto affamata

            clacson

            orecchie avvilite…

Riaffiorano, infatti, nei suoi versi nenie infantili, prefiche di nero vestite, il canto delle onde, ma anche l’urlo di dolore del degrado e dello sparo della lupara e alcuni versi potrebbero essere reppati o cantati in chiave jazz.

 

            Dimenticare

            parole mute

            sguardi incrociati

            tra fico d’India

            angeli sparsi…

 

Elena Saviano ha una voce nitida e riesce a rendere, con i suoi versi, immortale il lato dell’umano e del mondo mortale.

Uno sguardo acuto sull’esistente e una sensibilità in grado di incantare e di sorprendere, e ditemi se è poco!

Antonio Veneziani

 

Roma, 4 dicembre 2004

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