Se volessi cercare una immagine da dare
alla raccolta "Un cielo che non c'è" di Elena Saviano, proverei a trovarla
nell'ordito aperto di una rete, con i suoi molti fili e molti nodi e nella sua
forma chiusa che al minimo incresparsi dell'acqua, cambia forma. Una rete che
tiene insieme le diversità. E questo non tanto perché nella silloge questa
immagine trovi particolari riferimento, quanto per la dialettica dei sentimenti
e per quel riprecipitare del tempo e della memoria che la innerva e la intrama.
Si tratta di un libro che, nonostante la
sua intonazione autobiografica, rovescia il codice del diario nel quale il senso
della parola, più che dagli echi della diafana nostalgia, nasce dal gesto, dal
battere sordo delle sillabe contro il verso: "Mi sposto sul vascello / perduto /
tra il flusso e il riflusso / del mare / mentre / l' anima salpa / per tremendi
naufragi" (p. 42}. Questo connotato riesce a far sì che i suoi versi raggiungano
quella riconoscibilità che colora il suo alfabeto poetico di simboli. Ma i
colori è più semplice dipingerli che scriverli. Elena Saviano, lo sa bene. Per
lei è "Il colore del ricordo" (p. 68) il riferimento più preciso: "Tra rose
bianche / il tuo sorriso" (p. 61), mentre è "l'iride di luce" (p.20}, che dà il
linguaggio a sentimenti come I' amore.
Così i richiami culturali e la ricerca
psicologica, mentre rallentano il ritmo poetico, testimoniano - per dirla con un
grande poeta inglese (Wystan Hugh Auden} la capacità del poeta a "vivere con il
tempo" sperimentandolo "come un eterno presente a cui fanno riferimento passato
e futuro" e la sua adesione alla quotidianità, quella di oggi e quella di ieri,
in quanto pagina della storia del dolore umano.
Qualcuno ha definito la poesia come uno
specchio. Una immagine (quella dello specchio} che la nostra autrice evoca nella
"Premessa" della sua prima raccolta del `93, "Io, Elena". Nella quale - annota
acutamente Giuseppe Cottone - l' autrice "si lascia trasportare dal vivo delle
passate emozioni", una condizione questa "che le consente di guardare le cose e
gli uomini che la circondano con certa
tenerezza e in cui la natura delle cose e degli uomini suscita in lei la
sincerità e la innocenza che sono di ogni nascita..."
La poesia, si dice, riflette ciò che siamo
più di qualsiasi analisi mentale e più di qualunque critica esterna. E, come
nello specchio, quando riascoltiamo la poesia, spesso non ci riconosciamo;
soltanto se abbiamo la consapevolezza della realtà che muta e diviene, impariamo
qualcosa del nostro segreto.
Lo specchio non svela il segreto, ma lo
lascia intuire, ne riflette gli echi, ci sorprende con la forma rivelata del suo
ordine interno.
Ed è anche in questo senso che possiamo
consentire a una qualche funzione dello specchio. Nella poesia "Chi sono", Elena
Saviano risponde così a se stessa: "domanda assurda / per chi credeva / d'essere
/ incertezza quotidiana / vissuta debolmente / nel sé dell'altro la risposta
incerta / nel grezzo cortile" (p.37}.
Sono versi che sembrano composti per una
voce recitante, voce sola, senza altri strumenti, una voce che si accompagna
alle cadenze della vita, dando una acuta percezione del tempo e del suo fluire.
Maria Luisa Spaziani, in una intervista
rilasciata a proposito della sua silloge mondadoriana del `96 "I fiori dell'
ortica", ha detto che "la poesia può aiutare ad affrontare l' angoscia dell'
assurdo, il senso del mistero che ci circonda, ma la maggior parte della gente
la sfugge; la poesia nasce, vive e muore senza mai essere sfiorata dagli
interrogativi che essa pone".
Elena Saviano, che della poesia conosce il
mistero e l'incanto, nel "ripercorrere delle ricordanze" trova la risposta in
questo "... cielo che non c'è" ma di cui "resta un'attesa che non può essere
disillusa" - come scrive (da par suo, il dotto prefatore della silloge) Alflo
Inserra - e (di cui resta) quel "grande afflato familiare e sororale" da cui,
aggiungiamo noi, vediamo muovere l'istanza poetica e prendere flato la
preoccupazione metafisica e la sua urgenza di
comunicare.
E,
quando la Saviano, parlando della sfortunata sorella Patrizia a cui la natura
"Non fu benigna" ma ".., piuttosto / messaggera infame" (p. 62), scrive una
"Lettera senza francobollo" "con la speranza che ti sia già arrivata", la poesia
ha già compiuto il miracolo: "Tra rose bianche / il tuo sorriso / profuma / il
canto d'amore" (ib.).
E ci
sono pure le "occasioni", intese come le intendeva Goethe e Montale e, cioè,
come una sorta di sedimentazione di emotività personale: "Lasciami credereI che
quest'attimo durerà nell'eterno mio pensare" (p. 66). Versi, questi, che
ci ricordano la straordinaria riflessione che il grande critico letterario svízzero Starobinski (autore del bel saggio su "La malinconia allo specchio",
1989) fa nel suo libro "Largesse", quando dice che al momento della nascita si
riceve non solo la vita, ma anche i doni che l' accompagnano e al momento della
morte si perdono la vita e i beni. Ma il dona misterioso della parola dispone
ancora di quei beni per il tempo futuro. La notizia biografica in calce al libro
ci dice che 1'Autrice di questa raccolta è "inserita nel Tim universitario del
Telefono Azzurro", la qualcosa mi ha aiutato a capire come alcuni testi che a
primo acchito sembrano presenziare una certa dose di casualità, ad una lettura
più attenta si rivelano nella loro doppia polarità espressiva: il movimento e
l'unità, una varia incursione di stile e 1' intima compattezza: "Carezze di
vento / sfiorano i petali ghiacciati / emozioni accoccolate / sul sentiero / del
non essere / trovano / risposte nell'ego / rapito / nel senso "Si nasconde /
negli interstizi /
della vita" (44} mentre, parlando de "L'
ignoto", dirà che respira / intreccia / la coscienza / del non noto" (p. 41).
Il poeta muove dal vissuto al sognato, dal
simbolico al narrativo ma sa che deve riportare sempre la parola al centro delle
emozioni perché - dice Giovanni Giudici - "Quella cosa chiamata poesia è un male
sacro" che opera nella dimensione dell' interiorità, una interiorità che
riflette il reale. Esemplare, in questo senso mi sembra la poesia "Presagi":
"Passioni violente / distraggono la voce del cuore / mentre la trama /piange
molecole / di luce sulle foglie. // serena ritrova / echi incantati / tra petali
di rosa" (p. 47). In questa riappropriazione del privato, che resta il timbro,
la facies che continua a distinguere la "poesia femminile", senza che questo
importi alcuna intenzione riduttiva, si inserisce, infine, la natura di queste
sue esperienze espressive che trovano una intensa relazione con le problematiche
che attraversano le nuove generazioni, l' intima e personale esigenza di
dilatare il racconto di se stessi e la coscienza di dire cose brucianti e di
poterle dire.
Ora, a
noi piace sapere che il poeta è ancora in "Attesa" e scrive: "Piove sugli
alberi/ sulle macchine / sulle coscienze. // Spiove." (p. 52) e si intenerisce
quando "Muore il vento / sulle foglie / d'oleandro / mentre petali / rivestono
il viale /adombrato da folletti / fate." (p. 54}.
Palermo
- Villa Niscemi,l5 aprile 2000 PINO GIACOPELLI