Io, Elena

 

             Ho letto i versi di Elena Saviano come le note del diario intimo di una donna che, più che la realtà del secolo, continua a vivere una sua personale consuetudine familiare di affetti che la legano indissolubilmente alla vita del padre che è stato

                         Colui che ha saputo darmi il coraggio

                        la forza e l’onestà delle mie azioni:

                        la saggezza e la verità nel pensiero.

                        La purezza nell’agire e la bontà nell’aiutare.

                         A colui che lottava giorno dopo giorno

                        calpestando il sudiciume vestito d’uomo. (Dedica)

             Di codesta lezione paterna si nutre l’esistenza di Elena, che schiva quel “sudiciume vestito d’uomo”, quando nella solitudine della sua stanza ella si lascia trasportare dal vivo delle passate emozioni e tutto il mondo le riesce di colpo estraneo. Una solitudine che il ricordo del passato vena di malinconia, ma non sorprende alla sterilità della nostalgia, se essa ha l’orgoglio del proprio io, di essere, cioè, Elena, tenacemente ancorata alla sua volontà e ai suoi sentimenti.

            In una società che guazza nel benessere del consumismo, in cui ora è costretta a muoversi, non si lascia catturare dalle apparenze di una euforica felicità, che non la lusinga a rinunziare al sogno che ella carezzò al presidio della “forza e bontà” del padre e che costituisce il solo suo presente alle sue azioni, con cui condivide il destino degli altri alla comune avventura dell’uomo sulla terra.

            Una condizione che le consente di guardare le cose e gli uomini che la circondano con certa tenerezza materna, se può ancora stupirsi al puntuale ripetersi delle stagioni e commuoversi alla spontaneità del bambino che giuoca, infine, corre ad abbracciare la mamma, per esprimerle tutto il suo amore.

            Sono i momenti in cui la natura delle cose e degli uomini suscita in lei la sincerità e la innocenza che sono di ogni nascita e che le restituiscono la voce bianca della sua fanciullezza:

                        Lì, in quella stanza, arredata di poche cose,

                        con una atmosfera dolce e soave

                        intravedo il volto sorridente di un bimbo

                        che giuoca con i suoi balocchi.

                        Ciò che vedo è la gioia,

                        la voglia di vivere che sprizza da ogni suo gesto. (Vita)

             Chiudono sullo stesso ritmo del testo poetico due lettere che sono come la testimonianza di un interiore travaglio, in cui si contrastano l’angoscia della solitudine e la forza dell’amore.

            La prima (Vita perduta) solleva la “sua anima oltre se stessa” e, nello “sforzo di ridestare i ricordi”, ella piomba nello squallore delle delusioni; l’altra (Per uno sconosciuto) le suscita, invece, i ricordi del tempo felice, il tempo di un amore che la investe come in un “soave mistero” che la stordisce e la trasporta nella corrente di un fiume in piena in cui ribolle il suo acuto desiderio di inondare l’amato delle sue parole, che è il suo desiderio di vivere l’amore.

 

 Giuseppe Cottone

Villa Airoldi, 1996, Palermo

 

 

 

 

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