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Un cielo che non c’è

 Scrivere poesia è pur sempre un impegno da non prendere con leggerezza. Non parlo qui dei giovani innamorati, poeti istintivi che compongono versi palpitanti e melanconici o delle mille e mille anime in pena che riempiono per tutta la vita il fatidico "cassetto" di poesie da dimenticare. In uno su un milione di casi, si tratta di veri grandi poeti, ma spesso questi stessi restano per sempre sconosciuti.

Parlo piuttosto di coloro che continuano ad avvertire questa diuturna smania di testimoniare il proprio sentire, raccontare se stessi, ma anche comunicare con gli altri, in maniera "ontica", cioè a prescindere che gli altri li leggano o addirittura si preoccupino della loro esistenza e delle loro ambasce.

Questa sorta di scrittura, anche come progressivo impegno letterario è, oggi più che mai, coscienza di assumersi un "pondus", un carico non indifferente.

Spesso i poeti che cominciano a sentire l'ispirazione sin da giovanissimi, restano per lungo tempo cantori impulsivi ed incosciamente anodini, non conoscono gli itinerari delle letterature che li precedono, in modo se non altro da non ricalcarne pregi e dispregi.

Ma una volta che il virus si è definitivamente ambientato e la malattia cronicizzata, bisogna saperla gestire, trovare anzitutto uno stile personale per una precisa corresponsione tra significante e significato, sì da convincere, in modo congruo ed incisivo, su una psiche a mille incognite e coinvolgere gli altri nella plausibilità interpretativa di una realtà-verità, spazio temporale ad enne dimensioni.

Questo procedimento, che è insieme di poetica e di estetica, investe da sempre ogni forma di creazione artistica, come rzoté+v, dalla misteriosa elaborazione del Demiurgo platonico (l'arte, ripeteva Flaubert, è sempre l'espressione dell'Idea) fino alla più problematica intuizione pura di Benedetto Croce.

Fatto salvo tutto questo, il poeta resta sempre il romantico creatore e disfacitore, che gioca a scomporre e ricomporre mille e mille volte il suo universo, libero come è la sua fantasia, insoddisfattibile quanto lo è la sua inquietudine, aforisticamente eternale come detta il suo sempre giovanile Spirito.

Questa premessa ci aiuta a cum-prehendere questa raccolta di Elena Saviano, la sua poesia perfettamente equilibrata tra pensare e sentire, la tenacia nella ricerca di una forma linguistica adeguata alla liricità del suo impegno poetico. Nella pur costante linearità del dettato piano e spontaneo, vi è una carica profonda che reitera in modo sempre nuovo ed inaspettato il variegato espressionismo della sue meditazioni, il suo modo di ordire i collages, di comporre idilli e bozzetti, di sillabare i sentimenti, leggendoli nella commozione dei propri precordi.

"Un cielo che non c'è" è una sorta di opera annunziata, una "compensatio occulta", per ritrovare nella presenza redentrice della Musa, quella spazialità interiore che talvolta il dolore soffoca: un cielo di cui siamo stati penosamente deprivati. È l'anelito insopprimibile a riportarsi in quello stato di armonia in cui la vita torni ad essere equilibrio, fede, comprensione autentica dell'esistere, cioè sentire e vivere una verità universa.

 

Una poesia quella della nostra autrice che è anzitutto un commosso ripercorrere delle "ricordanze" che, a distanza, assumono una diversa valenza e significazione; nè tantomeno è disperanza, perché un processo catartico continua naturaliter a coinvolgerci in quel Dasein che se da un lato è quel vivere anonimo che avviliva filosoficamente Heidegger e poeticamente Vittorio Alfieri, perché ci ottunde e disperde, d'altro canto per una sorta di istintiva rivalsa, ci spinge a cercare un "exitus", una forma autentica di questo "esserci", per cui acquistare il senso ed il valore degli accadimenti e da essi trarne aire.

Una poesia, se mai, che da trenodia si risolva in palinodia, proprio in forza di quella "consistenza" poetica che ha la lirica sofferta ed autentica di Elena Saviano.

Così dal singultuoso rzànàt di Eschílio e di Sofocle risaliamo ad un coraggioso confronto con questo Fato, spesso incomprensibile e assurdo.

Partiamo da un contesto di grande afflato familiare e sororale tale da ricordarci il delicato mondo di Louisa May Alcott o quello più tempestoso e romantico delle sorelle Bronte, per ritrovarsi con la nostra autrice a parlare dello spleen che inevitabilmente si annida nei nostri rimpianti, o ad affrontare la problematicità esi­stenziale, per rispondere a qualcuna delle tante domande "terribili" che ci assillano; a celebrare l'amore per la nostra Terra, per i nostri cari, secondo l'itinerario che, nelle tre sezioni di questa raccolta, cerca a poco a poco di riappropriarsi di una identità smarrita, ritrovare una "strada perduta", onde ripartire, onde lasciare la ano­nima stazione presso la quale non sopportiamo più di sostare.

La prima parte della silloge iscrive la significativa epigrafe di Spleen.

La poesia che nasce dalla amarezza e dal dolore è quella che secondo la preponderante critica estetica, concorre alla produzione più massiva della letteratura, da Dante a Leopardi, da Baudelaire a Emily Dickinson. Una discrasia tra vita reale e ideale, che eleva a inconsolabile affanno ogni offesa procurata alla nostra aspettazione fiduciosa nel futuro e in ogni, se pur fugace, gioia di vivere. "All'apparir del vero, tu misera cadesti".

È questo vivere "per intervalla insaniae" che ci fa rinsavire dal nostro stesso sconforto per i "cocci frantumati", per la "strada perduta", in questa sorta di spleen che la nostra poetessa chiama via via "la dolce malattia del sè", "il vivere appassito", "l'incertezza quotidiana".

Una sensazione che trasmuta la tristezza in smarrimento quando avverti un pulsare improvviso, quasi palpito biologico, che invoca una necessaria ricollocazione spazio-temporale: "tra particelle oscure / riaccendi l'esistenza / barca in tempesta / in un tango di morte / dove le lampade spingono il cuore / vagabondo" / La strada perduta".

Eccolo il navigatore di questo mare di spleen, il protagonista è sempre lui, questo "cuore vagabondo", eternamente in cerca di un approdo.

Amarezza, prima e soprattutto, per una identità che gli avvenimenti del citato "sistema di rinvii, le "curae" come dicevano i Latini, tendono subdolamente a smarrire, confondere, falsare.

Si vive allora tra "Statue senza volto" (Essenza smarrita), ma si vive anche una quotidianità che può definirsi solo con aggettivazioni "al negativo": delusione, anima in tempesta, strada perduta, essenza smarrita. Fino a fare di questo negativo una consistenza e sub-sistenza noumenica, "un non noto / già noto" (Il non noto), una se ci è perdonato il calembour, continua presenza dell'assenza.

Questo è il "cielo che non c'è", il sole scomparso ma di cui resta un'attesa che non può essere disillusa e la poesia può e deve compiere questo miracolo; proprio quando ogni magia è finita, quando la giovinezza­primavera leopardiana minaccia di trasformarsi in speranza per sempre delusa, può partire una "Lettera senza francobollo" per una destinazione dove resta vivo ancora qualcuno che corrisponda il nostro amore.

Ma smarrire la propria identità implica non solo e non tanto una "pertubatio" ma anche e soprattutto una "postulatio"; una ricerca che man mano diviene querelle esistenziale che, dalla sua connotazione filosofica, travalica ben presto nella interiore esigenza di riappropriarsi di tutte le facoltà in cui il nostro lo si trova nella realtà del "Viver-Civile".

Questo itinerario è non solo l'angoscia di Kierkegaard, il trauma post-bellico di Sartre ma, avant la lettre, il "dubito quin sim" di Agostino di Tagaste ed il "Cogito ergo sum" di Renè Descartes.

Inquietitudine, indecifrabilità, alienazione: "Incertezza quotidiana / vissuta debolmente / nel sè dell'altro / risposta incerta / nel grezzo cortile" (Chi sono).

Ed è appunto dal "grezzo cortile" cioè da un "io" personalissimo e iniziatico, che parte questa ricerca nel mondo, al fine di ritrovare la propria identità. Leone Tolstoi ricorda che l'universo inizia dal proprio villaggio e Gabriel Garcia Marquez ripete testualmente che il mondo inizia proprio dal cortile di casa nostra.

Bisogna dunque trovare una risposta al "chi sono". Uscire fuori da caos esistenziale: "Alibi / enigmi / parafrasi / di un mondo violento / melma altrui / di identità sopite" (Filosofare) per venire fuori dall'incubo del "vivere appassito" (Incubo), proprio quello "inautentico" di Martin Heidegger.

Questo è un mondo in cui venivano "cosificati", come dice Sartre, dallo sguardo di una Medusa che ci impietrisce.

Il poeta, con la magia della parola, può e deve ritrovare il "verbo" che illumina, che annulla il "linguaggio incomprensibile" e le "parole inceppate", pesanti come sassi (L'assurdo).

Soltanto così questo "esistenziale" si trasformerà dal "Naufragio di una vita" alla riconquista dei valori e degli ideali, fino alla riscoperta dell'importanza del vivere e del credere; cioè una rivalutazione delle nostre azioni e dei nostri pensieri, risoluzioni finalmente valide: "Risposte nell'ego / rapito / dal senso della vita" (Pensiero V).

Un senso che salvi dal naufragio: "Partire dal punto sconosciuto / per giungere / oltre il conosciuto" (Andare), un ritrovarsi senza che "le passioni violente / distruggano / la voce del cuore" (Presagi).

Si fuoriesce dalla vita "solamente" biologica, rinnegandola, come fa la Nostra autrice come "chimica oscura" (Scadenze vissute) per ritrovarsi nel fluire del tempo: "Un di muore / uno vive" (Veglia) come centro di spiritualità. Ritorna la speranza, la fede, si torna a pregare in questo "Aroma / di preghiere profumate" (Cattedrale), si torna a gioire della bellezza della natura  della vita: "I grilli baciano / bimbi estasiati / di tenerezze invaghite" (Enigma).

E la poesia, ovvero sia la parola del poeta ritrova finalmente il suo imperio: "Il vento canta la pioggia / schiantata / nel roseto danneggiato / abbraccia in­quietudini fiorite / nel mattino autunnale / il vento..." (Parola).

 

Così finalmente, siamo nella terza sezione della silloge, il cuore ritorna a cantare la sua tensione interiore; il poeta che deve essere eternamente innamorato, ripete le sue serenate, le sue dediche, il suo estasiato stupore per i correlati in cui si oggettivizzano i suoi in­namoramenti ed i suoi ardori.

Nascono così una seria di dediche a persone pro­prio perché si torna a ri-vivere quando l'amore ridà al­l'esistere quel senso profondo che la ragione non è in grado di dare.

Il poeta innamorato canta e questa volta il suo do­lore ed il suo spleen acquistano una dolcezza ed una composta armonia che sgorgano dal verso come am­maliante canto d'usignuolo: "O sorellina! / Non fu benigna la natura" (A mia sorella Patrizia).

Nasce una speranza nuova per ogni vita che si rin­nova: "L'estate scongela / il triste passato / mai più serra­ta / l'anima mia / si perderà / nel gelo andato" (Tiziana).

La natura riacquista le sue voci, quali simboli dello stesso esistenziale mistero: "Le gocce / al di sopra / del miracolo divino / portano tristi avvisi / in cosmica per­fezione / evanescente" (Alessandra) e sintomaticamen­te: "Canta l'allodola / sbadiglia la cicala / al silenzio se­rale / complice il cielo / ride della pochezza terrena" (A mia sorella Cinzia).

Siamo ormai su un pianeta diverso, in una diversa dimensione, una visione "alta", della natura e della vita perché l'amore, "complice il cielo", ha reso tutto im­macolato e sublime.

Prof. Alfio Inserra

 

Palermo, 2 gennaio 2000

 

 

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