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Partenze - Arrivi

 

La disposizione spaziale che la parola assume nei versi di Elena Saviano, si configura nella verticalità del dettato la cui lontana eco ungarettiana sembra perdersi nell’abisso della coscienza turbata dal nostro tempo.

Si tratta in ogni caso di un dettato minimale che rispecchia la disperata ricerca dell’uomo contemporaneo naufragato, per eccesso di potenza, nel grande mare di una “ratio tecnologica” che ha azzerato ogni altro valore. Di un dettato che tenta di resistere all’asfittico orizzonte prodotto dall’imperante mercificazione nella quale anche la natura e la bellezza sembrano irrimediabilmente compromesse. Una caduta in verticale, dunque, che l’andamento del verso sembra materializzare  nel suo procedere per approssimazioni e tempi sincopati dove coincidono, appunto, l’afasia e la degenerazione sintattica che caratterizzano i testi.

Tra “partenze” e “arrivi”, come suona il titolo di questa nuova silloge, i versi tentano di attraversare l’orizzonte quotidiano in cerca di un approdo che vada oltre l’effimero e accade perciò che nella loro accumulaizone, l’inespicarsi delle parole trovate, come tante note fuori dal rigo, straripi in una disfonia che sfugge dall’orditura vagheggiata e certamente mossa dall’avvertito conflitto con la realtà.

Un discorso minimale attraverso cui il vissuto personale dell’autrice coglie per, rispecchiamento, la tragica condizione e la disarmonia degli accadimenti in cui l’emozione cerca di sopperire alla vacuità esistenziale entro la quale si aggira chi sa vedere oltre il frastuono di un movimento disordinato nel cui caos esso stesso si ritrova e non può sfuggire.

Il lettore che non fosse avvertito e che non prendesse le distanze da questa condizione che fagocita come un  buco nero ogni aspirazione, potrebbe essere risucchiato entro la spirale di immagini e di metafore il cui disorganico vigore sembra mancare di quell’ordine logico che pure in questi versi è sotteso.

Risalendo però attraverso le sequenze ed il labirinto logico che vi si nasconde, l’aggregazione dei semantemi e delle alterazioni sintattiche può restituirgli quel dato emozionale che ha provocato l’accensione e l’anelito in ogni frammento così disposto nell’intercambiabilità sonora e nella ripetitività delle sequenze.

Sono sguardi svagati e penetranti, riflessioni, monologhi e turbamenti di una realtà fatta di miserie morali e disarmonie sociali, di tensioni e di conflitti che l’autrice ha indagato con l’impegno di chi vive e agisce nella realtà quotidiana cogliendone quegli aspetti paradigmatici in cui si riconosce l’umana sofferenza ed il disamore.

C’è un verso in questo fare poetico di Elena Saviano che può dare la misura del suo coinvolgimento e del suo rifugiarsi nella parola in cerca di una possibile catarsi, ed è quel “black hole di anime” nel quale di raggruma e si spande la sua energia creativa e la sua ansia di restituire alla luce ciò che è appunto buio, magmatico ed informe, “buco nero” in cui l’anima si perde e si ritrova nell’irrisolto viaggio verso quella risurrezione che solo la poesia promette.

Chi scrive è lontano da ogni possibile esibizione (o petulanza) critica. Può trovare (e trova) conforto nell’esercizio della lettura. Appagato, di volta in volta, dalla formula vecchia e sapiente che la poesia è estrema illusione, un canto sospeso oltre l’illusione.

Pietro Carriglio

Palermo, 4 dicembre 2002

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